Non il killer, non l’enigma, non il professore erudito. Il tempo è il vero protagonista del romanzo. Quello che scorre, quello che sfugge, quello che si inceppa. Quello che uccide.
Il thriller è un congegno narrativo costruito per riflettere sul tempo e sulle sue molte maschere. La clessidra, oggetto simbolo, è una metafora, ma anche una trappola. O forse un oracolo.
C’è un tempo esteriore: quello dell’indagine, delle scadenze, dei messaggi criptici e delle minacce scandite al secondo. E c’è un tempo interiore: quello di Leandro, della sua meditazione discontinua, delle sue pause fuori sincrono. Lui non è dove il tempo sociale lo vorrebbe.
Karl von Über è l’altro estremo. Uno dei prescelti del transumanesimo vuole superare il tempo, eliminarlo, salvare la coscienza in una rete interconnessa di nanotecnologie. È l’ossessione di molti: comprimere la vita, evitarne il declino, eternarne i dati. Ma Karl, paradossalmente, è il personaggio più fuori tempo. Fuori dal tempo degli altri e fuori dal tempo della vita.
Lisa è tempo liquido. Vive di notifiche, fughe, accelerazioni. È adolescente nel corpo, ma già postmoderna nella mente. Mentre Corba rappresenta il tempo circolare della memoria. Ogni suo gesto è un rituale, un appiglio contro l’entropia.
Nel mezzo c’è la trama. Che si muove come una spirale: mai veramente in avanti; sempre a riprendere qualcosa, un indizio, una frase, un dubbio. La verità non è nel tempo lineare. Sta nel tempo sospeso. Nel non detto, quindi nell’ironia.
Il libro è anche un gioco con il lettore. Ogni countdown è un invito a guardare l’orologio, ma anche a chiedersi: che ora è, davvero, lì? Per chi? Perché?
C’è spazio per l’ironia. Non quella da cabaret, ma quella che nasce dal disincanto. Dal sospetto che la grande corsa della modernità non porti da nessuna parte. Che la vera fuga sia quella da se stessi.
In fondo, La terza clessidra desidera parlarci di noi. Dei nostri timer interiori. Delle cose che rimandiamo. Dei secondi che ci mancano sempre. Dei minuti che non bastano mai.
A volte, forse, vale la pena fermarsi. Guardare la clessidra. Non per misurare il tempo rimasto. Ma per capire se stiamo vivendo davvero, oppure solo contando.
