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La globalizzazione consapevole

Siamo stati così impegnati a salvarci dal Titanic mediatico, che quello reale ci era parso l’Andrea Doria.
Mentre alcuni mettevano in discussione i limiti organizzativi delle nostre istituzioni; altri temevano che le certezze della scienza potessero naufragare, come fecero i dogmi della chiesa alle prime bordate della secolarizzazione; altri ancora si stavano accorgendo di un intero continente alla deriva: il nostro sistema economico.
Una mattina ci sveglieremo e il virus sarà sconfitto.
Debellato.
Nel contempo avremo un debito pubblico (in buona compagnia Europea) immenso.
Abbiamo salvato un sistema mondiale al collasso, inventandoci alla fine degli anni novanta la globalizzazione.
Ciò che oggi ci permette di riempire un carrello con poca spesa all’hard discount; di acquistare prodotti a prezzi bassissimi; di possedere molto, nonostante un potere d’acquisto teoricamente più basso di quanto avessimo in precedenza, è la globalizzazione.
Possiamo viaggiare a prezzo basso in tutto il mondo, possiamo condividere, studiare, usare internet. Possiamo persino permetterci di scrivere su Facebook: gratis.
Google, gratis.
Tanto, tantissimo, gratis.
Perché le aziende più ricche del mondo, quelle che oggi si occupano di tecnologia e di informatica, vivono di pubblicità offrendo servizi gratis.
E sono globali.
Sono le stesse che vendono servizi in Italia e pagano le tasse in Irlanda. Le stesse che hanno patrimoni pari a un anno di nostro PIL, ciò che tutta l’Italia è capace di produrre lavorando per un anno.
La globalizzazione per alcuni è stata una pancea.
Un Eldorado.
Eppure a guardarla oggi, sembra obsoleta. Sembra superata.
Perché non è dotata di consapevolezza.
Detto così, pare un discorso complesso e bislacco, mentre a pensarci bene, ciò che tutti questi sconvolgimenti ci stanno dicendo, è che abbiamo perso consapevolezza. Di ciò che rappresenti la globalizzazione: il nostro modo di vivere.
Avvenne qualcosa di simile durante la guerra fredda con l’energia atomica. Una rincorsa senza pari a costruire, a produrre a testare armi nucleari, senza sufficiente consapevolezza sui rischi e le conseguenze. Anche se Chernobyl e Fukushima diedero una lezione non da poco, ancora oggi nessuno si farebbe una vacanza nell’atollo di Bikini, perché “la contaminazione delle isole è praticamente irreversibile”.
Allo stesso modo, giocando con questa globalizzazione con altrettanta poca consapevolezza, ci crediamo invincibili. Immaginiamo che tutto sia possibile, come avviene sempre nei film che tanto generosamente Hollywood ci ha donato negli ultimi 100 anni. Che tutto sia possibile.
Invece.
Quindi?
Quindi potremmo porre un po’ di più attenzione al nostro modo di acquistare, di usare, di eliminare. Forse dovremo cambiare paradigma, iniziando a considerare il mondo come qualcosa che necessiti della nostra cura e non come un luogo che si prenderà cura di noi.
Perché la scienza può molto e potrà moltissimo.
Tuttavia spesso arriva dopo, quando il danno è già fatto.Talvolta arriva tardi.
La globalizzazione potrebbe essere la causa principale di un «troppo tardi, mi spiace.»
Sarebbe davvero uno spreco per l’umanità, scoprire un giorno che la nostra economia globalizzata, non cambi rotta in pochi istanti, non possa resistere agli Iceberg e generi situazioni irreversibili. Meritiamo di meglio, fosse solo perché siamo destinati a una evoluzione. Lenta, incasinata, dotata di medioevi più o meno distopici, ma inarrestabile.

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