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I semi di zucca

Ci sono amori che si realizzano. Altri che sfumano, sbiadiscono, si spengono. Gli ultimi, quelli relegati a attimi di intensità assoluta, saranno ricordi senza fine. Se ne stanno lì, cucci e sopiti, fino a quando qualcosa non li risveglia per tornare in omaggio al dono della giovinezza.
Sto mangiando semi di zucca e un ricordo affiora.
C’era una ragazza che mi piaceva quando avevo diciassette anni, ma aveva due tremendi difetti: aveva un moroso e non mi filava.
Puoi perdonare tanti difetti a una donna, ma questi due ti mettono in seria difficoltà.
Così una sera a una festa all’aperto, tipo discoteche itineranti, sto facendo quello che mi riesce meglio alle feste con molta gente e troppo casino: mi annoio. Abbandono quella specie di pista da ballo e mi dirigo con aria mesta verso uno di quei camioncini ambulanti. Quelli che profumano di consolazione.
Fa caldo, è umido, è estate.
Odore di erba bagnata e zucchero caramellato.
Non ho soldi. Sai la novità. Posso prendere solo semi di zucca. Li compro e mi incammino verso un ponticello di pietra. Sono a Strassoldo, non lontano da casa. Non lontano per la bicicletta con cui ci sono arrivato. È legata a un albero, non ricordo dove, ma so che c’è.
A fatica riesco ad aprire il sacchetto. È stretto e lungo e devi infilarci due dita, estrarre i semi uno alla volta, schiacciarli tra i denti quel poco per romperli e poi spellarli. La forza dei semi di zucca non è nel loro cuore, ma sulla scorza salata. Il gusto è nel sapore del sale sulla superficie. Mangiarli è un’arte. È un mestiere. Son lento, ci potrei mettere ore. Arriverà l’alba.
Invece arriva la ragazza, quella che mi piace e non mi fila.
Che mi fila quel tanto da chiedermi: «Cosa fai?»
Il buio aiuta. Al buio devo essere un po’ più carino, probabilmente. Dovrei stare al buio più spesso.
Le mostro, le offro. Viene vicino.
«Non sono capace, me li apri tu?»
Mi impegno con relativa destrezza. Faccio per darglieli in mano, ma lei socchiude la bocca.
«Ho le mani sporche», mi dice.
Invece le mie… Sorrido e proseguo.
Si appoggia un po’ a me.
«Sono stanca. Hai anche da bere?»
Avessi avuto la possibilità mi sarei già scolato mezzo fiume.
«No. Non avevo sete.» Beata gioventù: disposta a mentire anche nell’arsura più totale.
Restiamo lì. Con lei appoggiata a me e io che sbuccio semi di zucca, come se Dio non avesse altro da chiedermi nella vita. E son disposto a barattarla perché quel momento non finisca.
I più buoni semi di zucca che la storia avesse mai raccontato sulla faccia della terra.
Lei si scosta e inizia a ballare nella penombra, da sola. Il più bel ballo senza musica che si fosse mai visto.
È un dono. Quella danza tra i gusci dei semi di zucca, è un regalo di una delicatezza selvaggia, infinita. Si muove come se un ritmo ancestrale scorresse in lei. È vitale, è sensuale, è libera. E bella, fluida, acerba.
Dura un attimo quella danza. Un attimo e trent’anni.
«Devo andare.»
Si avvicina, bacio sulla guancia, riparte alla volta della pista da ballo, degli altri, del casino che non mi appartiene.
Immagino un sorriso che in realtà non ho mai visto.
Resto lì, appoggiato sul mio ponticello di pietra, con il mio sacchetto di semi di zucca tostati.
E una sete inappagata di lei.
Di vita.
E di quell’acqua che sto ancora bevendo.
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