Saranno mica le informazioni, ciò che ti interessa. Quelle sono ovunque. Già sentirsi raccontare le esperienze è qualcosa in più. Condividere aiuta, certo. Ma è quello che ti muove dentro ciò che veramente conta, quando partecipi a momenti come quelli di Futuribili. E non è detto che sia gioia, gioia, gioia, sempre nuova gioia.
È il basso che va ascoltato, se vuoi davvero capire dove ti potrà portare l'acuto della chitarra elettrica. O la voce di un soprano. Perché certe cose partono dalla pancia, risalgono verso la testa e vanno oltre. Molto oltre.
Se il panel dedicato alle organizzazioni mi ha lasciato la sensazione di una rivoluzione lenta, fatta di battaglie quotidiane contro trecento anni di abitudini verticistiche, così radicate da sembrare quasi impossibile abbandonarle, quello sui giovani e il lavoro, su ciò che cercano e ciò di cui hanno paura, mi ha lasciato addosso un senso di angoscia.
Tu dirai: «Ma proprio tu, che sei l'emblema della calma interiore?»
Sì. Angoscia, esatto.
Angoscia, con quella sensazione di angustia, di soffocamento in uno spazio sempre più ristretto. Come se, d'improvviso, tutte quelle persone attorno, i giovani che parlano dal palco, quelli che intervengono dalla platea, i molti cinquantenni che ascoltano e cercano di interpretare, stessero agitandosi ciascuno nel proprio bozzolo.
Almeno credo. Perché il mio, intanto, comincia a stritolarmi.
«Esagerato!»
No, niente di meno. Stritolarmi.
Perché da una parte percepisco le domande legittime delle nuove generazioni. Quella di un lavoro che renda felici, per esempio. Una richiesta che avrebbe suscitato crasse risate in osteria trent'anni fa, e che invece ha guidato molte delle mie scelte di vita. Una richiesta che oggi è anche figlia della società che abbiamo costruito. Per fortuna. Altrimenti saremmo ancora fermi ai cari bei vecchi tempi di Dickens. Quello di Hard Times, beninteso, non di A Christmas Carol.
Dall'altra parte, però, avverto una distanza enorme tra ciò che queste generazioni cercano e ciò che la società tenderà a offrire loro.
Molto, davvero molto. Ma altro.
È vero che trent'anni fa iniziavi facendo fotocopie. È vero che negli anni Sessanta lavoravi per comprarti una casa, negli Ottanta e Novanta puntavi al successo, e nel primo ventennio del Duemila la tecnologia ha trasformato il mondo.
Adesso l'intelligenza artificiale lo sta sconvolgendo.
È diverso. Cambia la velocità. Cambia la natura stessa di ciò che chiediamo alle persone.
Oggi, invece di qualcuno che faccia fotocopie, ti serve qualcuno che sappia migliorare il tuo sciame di agenti AI. Anzi, il suo sciame di agenti. Ti serve chi ragioni in modo circolare, così come chi sappia procedere in modo lineare. Ti servono coinvolgimento attivo, partecipazione, idee, capacità di mettere in discussione ciò che fino a ieri funzionava benissimo.
Ti servono persone.
Perché gli automi esistono già. E per quelli che ancora non esistono è questione di mesi. Ventiquattro? Quarantotto? Mesi, comunque.
E allora? Devi sentire. Non soltanto ascoltare. Sentire dentro cosa ti muove quella domanda di rassicurazione sul futuro. Una domanda che tu, alla loro età, forse non ponevi con la stessa urgenza. Non durante la Guerra fredda, non durante le stragi di mafia, non davanti al crollo delle Torri Gemelle, né a quello delle Borse nel 2008.
Perché avevi imparato a considerare l'incertezza una condizione della vita, non qualcosa da cui qualcuno avrebbe dovuto proteggerti. O forse perché le paure, a ogni generazione, cambiano nome.
E adesso, davanti a quei ragazzi, capisci che quella rassicurazione non potrai darla. Né riceverla. Non significa però rinunciare a domandarla. A cercarla. A costruirla. A pretenderla, magari. Esigerla, se vuoi. Ma esigere è una parola di chi si sente in credito con la vita, e non mi appartiene.
E mentre questo panel di giovani sui giovani mi smuove dentro, come credo accada a buona parte dei cinquantenni presenti in sala (siamo tanti, sul pezzo, operativi, attivi, responsabili e mediamente consapevoli, almeno ci piace pensarla così) la performance artistica del collettivo di Social Art DMAV e le danze delicate e forsennate di Arearea, sul tema archetipico di The Village, compiono l'ultimo atto.
La liberazione.
Funziona spesso così, quando vai alla ricerca dei tuoi archetipi interiori. Quando ti togli l'abito del sociologo, o quello del professionista impegnato a leggere l'altro, e finalmente ascolti e guardi dentro. Lì trovi parti di te che scalciano, urlano, cercano forme espressive. Parti che hai educato al silenzio, alla compostezza, a un comportamento adeguato alle circostanze. Quella cosa che gli altri si aspettano: il ruolo. Parti che ogni tanto vorrebbero semplicemente mandarti al diavolo.
Trovi, insomma, un modo per riconoscerti.
Dopo che i tuoi neuroni specchio hanno visto danzare per un’ora, arriva il ballo finale. Tutti invitati a muoversi su quel palco diventato pista. Senti le gambe che cominciano a seguire la musica, ti accorgi del sorriso sul volto, delle braccia che vorrebbero allargarsi. Ma rimangono basse. Quasi ferme. Pesanti. Come se non volessero concedertelo. Di essere libero e felice, appunto.
Quella stessa libertà e felicità che i giovani desiderano trovare nel mondo del lavoro come nella vita quotidiana. Quella che noi, a forza di interpretarle, misurarle, organizzarle, forse abbiamo finito per considerare qualcosa da meritare, invece che da vivere.
E ti domandi cosa ci sia di male nel voler essere, invece di dover avere per forza.
Essere per se stessi e per gli altri. Non per scriverlo nella vetrina quotidiana del sembiante, in quella rappresentazione permanente di ciò che vorremmo far credere di essere.
Essere perché, dentro, cerchi un significato. Di ciò che hai fatto, di ciò che fai e di ciò che resterà.
E forse, dico, forse, quel significato non deriverà dal successo personale. Non soltanto, almeno. Non dal risultato di ciò che avrai realizzato da solista.
Perché puoi anche diventare un virtuoso della chitarra elettrica, raggiungere acuti che nessun altro saprebbe immaginare. Ma se non ascolti il basso, se non senti il ritmo degli altri, se non appartieni a una musica più grande di te, alla fine che cosa avrai suonato?
E senza una comunità con cui confrontarti, senza qualche luogo di riferimento, senza il tuo gruppo, sarai stato il samurai che ha abbandonato la propria famiglia per raccontare a se stesso di essere un vero ronin.
Alla deriva.
