Non cercare la felicità quando desideri la contentezza

Contento deriva dal participio passato latino di Continère: Contentus = tenere in sé. Indica colui che ha l’animo appagato e lo dimostra con dolce calma, con beata tranquillità.
Tenere in sé (mantenere l’animo appagato) è diverso da essere felice (ciò o colui che è fecondo e che reca vantaggio in relazione agli altri). Chi è contento non sente la necessità di dimostrarlo.

Differenza tra Felicità e contentezza

Chi è felice non può prescindere dall’altro. La felicità è un’emozione, non uno stato d’animo ed è legata per forza di cose agli altri, ove la contentezza presuppone l’intimità del sentire.
Essere contenti può divenire, essere un obiettivo il cui raggiungimento spesso demandiamo alla felicità. Immaginiamo che “se sarò felice a lungo, allora sarò contento”.
Tuttavia se il nostro ben stare, ben essere, benessere sono legati a doppio mandato all’altro attraverso la felicità, sarà ben lontano il raggiungimento della contentezza. Perché demandare all’altro diventa spesso delegare e quindi privarci della responsabilità.

Chi è la persona responsabile della nostra contentezza se non noi stessi?

Nessuno più di noi è responsabile del proprio benessere perché siamo gli unici in grado di dare (trovare) risposta alle nostre domande interiori e profonde.
La contentezza dunque non è il risultato della somma delle felicità, quanto quello di una ricerca interiore che nel tempo lascerà traccia dei suoi progressi.

La felicità è tanto effimera quanto la contentezza si rivelerà permanente?

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