Noi esistiamo.

L’evidenza dei fatti ci rassicura a riguardo, molto bene. Eppure siamo bravissimi a darlo per scontato. Perché?

Quando ti occupi di marketing strategico e porti la consulenza in una azienda per prima cosa ti comporti come farebbe un medico: svolgi una anamnesi, una breve indagine sul passato della persona, cerchi di capirne i sintomi, le potenziali cause, le problematiche vissute e di farti un quadro medico del paziente. Le aziende sono molto simili a persone fisiche (forse per questo le chiamano persone giuridiche) e devono essere comprese nella loro complessità e bellezza in quanto espressione del desiderio umano di intraprendere, di portare a manifestazione la propria evoluzione. Conoscere i propri obiettivi e le proprie aspirazioni personali in questo cammino, in questa esistenza, ben sapendo che nel tempo variano è utile a tracciare una via nella vita. Non è semplice ma possiamo provare a lavorarci su.

Una volta compreso lo stato «as is» dell’azienda, si passa alla definizione degli obiettivi «to be» in funzione di meravigliosi parametri che vi risparmio inerenti l’ambiente, il mercato, la concorrenza, le persone, i prezzi, la distribuzione e quant’altro. tanti piccoli sotto progetti  come girini saranno ranocchiA questo punto abbiamo tutto tranne la strategia, ovvero un progetto per raggiungere un risultato. Una cosa però è certa per tutte le persone che nel marketing strategico mettono la testa oltre al cuore: ogni progetto ha dei sotto progetti, o «steps» o azioni tattiche. Di fatto quando costruisci un progetto formuli degli obiettivi intermedi, raggiungibili e necessari per l’obiettivo finale. Sviluppi una scaletta, un «gantt» di tempistiche e azioni, di responsabilità e obiettivi e budget. Passi quindi all’agire.

Nel nostro quotidiano non sempre riusciamo ad essere abili marketer: tendiamo ad avere talmente tanti sottoprogetti, step, azioni tattiche fino a perdere l’obiettivo finale: il risultato del nostro esistere.

Qual è il fine ultimo della nostra esistenza?

Pretenzioso darne una risposta in poche righe, impegnativo e per pochi illuminati darlo in molte. Alcune evidenze però possiamo considerarle. Per esempio, l’importanza della funzionalità di ogni singolo gradino.

Ho in mente il video di una canzone il cui giro di basso mi accompagna dagli anni ottanta: Billie Jean. Ad ogni piccolo passo si illuminava una piastrella della strada che percorreva Michael Jackson. Ogni nostro step forse andrebbe illuminato, celebrato e apprezzato.

Lui riusciva addirittura a farvi un balletto sopra, noi magari potremmo essere contenti di apprezzarne la bellezza, di osservarne la manifestazione e di guardare subito dopo con interesse la piastrella successiva alzando ogni tanto lo sguardo per non accorgersi di aver perso la direzione.

Il cammino conta più della direzione?

la soddisfazione di un bimbo nell'equilibrio del cammino e nella possibilità di raggiungere la meta.No. Quando sei bambino impari a camminare perché hai due obiettivi: riuscire a camminare e raggiungere qualcuno. Nulla apre il cuore più della soddisfazione sul volto di un bimbo che cammina verso la madre, entusiasta del movimento e della propria capacità di raggiungerla.

Noi celebriamo i passi, i passi celebrano la meta.

Vivere solo in funzione dei passi significa non accorgersi del vissuto e del vivrò, riducendo di molto le possibilità di evoluzione.

Vivere solo in funzione della meta significa rinunciare ad apprezzare il vivendo, il momento stesso in cui le azioni si compiono. Rinunciare alla Vigilia perché il Natale sarà meraviglioso forse demanda ad una porzione della nostra vita molto piccola il compito di renderci felici.

Apprezzarne l’esistenza di entrambi ci permette un movimento come quello del bambino motivato sia dal risultato del proprio equilibrio, sia dalle opportunità di spostamento che ha raggiunto.

Come possiamo arrivare a questo risultato?

Un po’ come nel marketing, come nello sport, come nelle diete e nell’arte: con quella costanza d’accorgimento di cui parleremo in seguito.

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