Pioveva e non l’avresti detto. Che la pioggia tenesse i quarti.

Quattro, per essere precisi.

Come i miei amici nel garage, al buio. Spalancato a far entrare aria nelle nostre teste di musicisti imberbi e nella ’sala prove’, che di sala aveva ben poco. Tanto polistirolo e poche coperte alle pareti, pronte a fare falò di una scintilla, se solo fosse partito un ampli.

Eppure ci piaceva. Quell’aria da underground, che non sapevo nemmeno come si scrivesse, ma suonava bene. Proprio come la pioggia. Quella che tiene i quarti.

Quattro, per essere precisi.

Come gli occhi che mi fissavano, mentre cercavo le terzine nella grondaia, canale di scolo ai nostri sogni, spenti da mezz’ora come la luce del quartiere. Lo sentivo arrivare.

Quel pensiero che mi assaliva nei momenti di riflessione, quello che se ne stava ben rintanato a vegliare sulle mie azioni che di quotidiano avevano solo la facciata. In realtà, vivevo tutto come un progetto ben preciso che mi avrebbe portato al successo. Dicevo a me stesso: ecco, potrai raccontare di aver iniziato in un garage… “con la corrente che saltava in continuazione. E la pioggia magari, a tenere i quarti… Ecco in quel momento mi è venuta in mente la melodia. Sì insomma, non l’ho cercata, è arrivata da sola. Non cerco mai le mie musiche… Arrivano sempre da sole”.

Mi vedevo sempre davanti un intervistatore, una platea eccitata e silenziosa che non aspettava altro, se non le mie parole.

Non arrivava mai. La melodia, quella che mi avrebbe fatto diventare famoso e ricco e amato e:

–          «Lei di solito concede poche interviste.»

–          «…In effetti, sì. Di solito non parlo molto.»

–          «Passiamo al suo nuovo album: ben tre milioni di copie vendute.»

Sognavo. A occhi spalancati. A osservare il niente, come il buio della notte di pioggia. Quando non vedi nemmeno le pozzanghere e vorresti avere il potere di fermarla, quella pioggia lì. Goccia per goccia, immobile, sospesa nell’aria ad aspettare te, che balli e giri sotto di lei senza bagnarti e vai a caccia di pozzanghere. Chi le trova per primo, vince una chitarra nuova. E un metronomo. Che come la pioggia, tenga i quarti.

Quattro, per essere precisi.

Come i gatti, che avevo visto alla nostra prima uscita in pubblico. Una sagra di paese, tanto santo freddo e nessuno che si fosse fatto vivo. Pioveva anche quella sera. Noi stoici avevamo suonato lo stesso. La cosa più triste era che il cantante avesse fatto le battute preparate prima del concerto… Concerto… Esibizione. Meglio, esibizione. Lui continuava a fare battute e non si rendeva conto che gli unici quattro presenti erano sbronzi da un bel po’ e che cantassimo, o ballassimo un valzer, per loro sarebbe stata esattamente la stessa cosa.

Ci eravamo rivisti pochi giorni dopo. Solita sala prove e una voglia di lasciar perdere che sarebbe bastata la metà. Il batterista fuori tempo, a cercare un basso che ascoltava la tastiera, che inseguiva la mia chitarra, che non prendeva una nota nemmeno per sbaglio.

Ringraziando il temporale, aveva portato via la luce e buona parte della musica, ci eravamo spenti, assieme agli ampli tra imprecazioni dal suono fasullo come le nostre simil-Fender. Felici in realtà di interrompere quello strazio di prove. Di sederci a fissare la pioggia, in silenzio. Magari a cercare i quarti nelle gocce sull’asfalto.

Quattro, per essere precisi.

Come le note che non riuscivo  a cancellare dalla mente. Ma non erano le mie. Erano di un cavolo di pianista contemporaneo che ascoltava sempre mia madre. E mi sapevano tanto di piagnisteo, ma niente. Non c’era niente da fare. Non riuscivo a cancellarle, come il ricordo del fallimento della serata precedente. Cercavo di lasciarmi andare, di dimenticarle.

Niente.

Pensa a un rock, mi dicevo. Concentrati, pensa a un blues di quelli veri, una chitarra che stride dove mai sapresti portarla; una musica forte e corposa, un qualcosa che avvolga, si prenda l’anima e ti trasporti dove Dio e solo lui (tranne qualche musicista inglese) può andare.

Niente.

Quelle quattro note intorno non mollavano.

Mai.

Tanto forti e persistenti da accorgermi di suonarle con la chitarra elettrica spenta, solo quando il batterista mi disse:

–          «Non male.»

–          «Eh?»

–          «Dico, la melodia…. Non male. Se la fai un po’ più veloce, sembra un pezzo dei Dire Straits.»

–          «Ah… Questa… No, lascia perdere. È una nenia che mi porto in giro tutto il giorno…»

–          «Non male, davvero!»

Intervenne il basso. Un ritmo lento, ma non troppo. Giusto. Si sentiva appena, sotto lo scroscio incessante della pioggia.

Chiudemmo il portone del garage.

Il batterista prese a picchiettare con le dita i piatti. Un tocco lieve e leggero, come se li stesse accarezzando. Si sentiva ancora la mia melodia di base. Poi il tastierista. Non aveva nessun modo per farsi sentire. Iniziò a fischiettare lo stesso motivo della mia chitarra, fino a coprirla. Parlando sopra, la voce, prese a recitare un sorta di rap, o qualcosa che gli assomigliasse. Non c’era una parola di senso compiuto nella sua tiritera, sembrava un testo profondo, appena sussurrato con voce bassa.

Era la melodia.

Quella che cerchi per una vita e che finalmente vedi arrivare. E quando arriva, non te ne accorgi mai. E se sei stato tanto bravo da accorgertene, bene, allora è fatta, allora sei un grande e il successo è la dietro.

E io me ne stavo accorgendo. Lo capivo e lo capivano forse anche gli altri. Che stavamo tirando fuori l’arte allo stato puro. Era nelle nostre mani.

Passammo dieci buoni minuti a nuotare tra quelle note.

Quattro, per essere precisi.

Come i quarti che ci accompagnarono. Finché non tornò la corrente. E un fischio lancinante ci spaventò. La chitarra, la mia, era rivolta verso un ampli, il mio. Abbassai subito il volume, anche se ormai avevo assordato tutti. Ci guardammo inebetiti e scoppiammo a ridere. Non sapevamo bene il perché, ridevamo come non mai.

Mi voltai verso il batterista.

–          «Ricominciamo?»

–          «Sì, dove eravamo rimasti? Dai, riprendiamola da capo.»

E partimmo. Io con la melodia della nostra vita. Loro con il pezzo che avevamo suonato prima che saltasse la corrente.

–          «Ragazzi… Il pezzo di prima… Mentre eravamo al buio.»

–          «Eh?»

–          «Dai su, quello di prima…»

–          «Non ricordo. Disse il tastierista.»

Mi voltai a cercare una luce negli occhi degli altri, che non c’era. Persi. Svaniti completamente.

–          «Dico…Dai raga…»

–          «Cosa?»

–          «Il pezzo…»

–          «Ma era una porcheria, lo hai detto anche tu…»

–          Si ma…»

–          «Lascia perdere!»

Lasciai perdere. Il gruppo, la nostra musica, la chitarra. Mi guardarono allontanarmi senza dire niente. Iniziai a passeggiare sotto la pioggia fine, che alle prime luci del giorno stava ormai sparendo.

 

–          «Dunque è così che è nata Untitled

–          «Sì, è iniziato tutto quella notte. I ragazzi non li ho più rivisti, purtroppo sai, i tour e i concerti… mi portano sempre in giro.»

–          «Lei di solito concede poche interviste.»

–          «In effetti, sì. Di solito non parlo molto di me.»

–          «Passiamo allora al suo nuovo album: ben tre milioni di copie vendute!»

–          «Quattro, per essere precisi.»

 

 

 

 

 

Trieste, Settembre di molti anni fa.

 

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