Un cane che abbaia al mare e un uomo che fissa un semaforo,

devono avere lo stesso motivo.

Nella testa, la stessa melodia, una musica semplice e lieve ma indecifrabile. Tranne che per quel cane e per quell’uomo. Oppure. Oppure c’è un perché, una spiegazione: il cane può abbaiare a un delfino, a un uccello sopra una bitta, a un’otaria che fa capolino tra le onde. E l’uomo può essere un tecnico semaforico o un daltonico che non sa quando attraversare la strada o un ingegnere che conta quante volte il semaforo diventa rosso, gli ingegneri lo fanno.

Ad ogni modo, che sia una melodia o che sia un perché,

un motivo,

esiste.

Ci sono due soggetti fermi come statue ma convinti come non mai. Quello che abbaia, il cane,  ha le orecchie tese verso una risposta del mare. A guardarli dalla scogliera sopra la spiaggia li diresti dialogare. Il cane abbaia a modo suo ed il mare sciaborda a modo suo. Ogni tanto il cane smette, inclina la testa e guarda il mare come se non capisse. Poi aspetta un’ondata più grande e ricomincia ad abbaiare. Quale linguaggio usino, lui e il mare, non è ben chiaro, ma che si parlino è sicuro.

In un altro punto del mondo c’è un uomo che fissa, con la convinzione di un matto, un semaforo.

Rosso

ed è serio come un prete in confessionale.

Giallo

che sembra quasi sorridergli.

Verde

e lo vedi sereno come uno che sente una campanella e sa che un angelo ha messo le ali.

Poi ricomincia. Ed è di nuovo

serio,

divertito,

sereno.

Sembra quasi ascoltare un semaforo che di solito la gente si limita a leggere.

Il cane continua a fissare il mare.

È un attimo,

e lo vedi deluso. Non è facile dire di un cane se sia deluso davvero. Ma quando cala le orecchie, abbassa la coda tra le zampe e prende a fissare la sabbia bagnata davanti a se, lo definiresti deluso, o al più, avvilito.

Qualcosa di certo, qualcosa, è successo, perché il cane gira tre volte su se stesso e si siede.

Spalle al mare.

Quasi a sincrono l’uomo che fissa il semaforo da ore, perde il ritmo. Come se la melodia fosse in calando.

Rosso

e guarda il verde spento.

Giallo

e rimane serio.

Verde

e sembra uno che ha capito che sono finite le ali e non ha il coraggio di dirlo agli angeli.

Si spezza l’incanto e il ritmo, quel ritmo lento, in terzine, quasi un valzer, perde le ultime note per strada.

Finisce senza finale.

Scende fino a 50, 40 , 30 pulsazioni e poi non c’è più musica, come un giradischi senza energia che rallenta fino  a fermarsi.

E l’uomo si volta.

Ora abbiamo un uomo spalle al semaforo, sguardo basso e aria triste. E un cane spalle al mare, sguardo basso e aria triste.

La spiegazione, l’unica che venga in mente, è che il cane abbia chiesto informazioni al mare sul suo padrone e che l’uomo abbia chiesto al semaforo notizie sul suo cane.

Il mare, di suo, non ne sapeva abbastanza. Forse lo aveva visto partire in un giorno di sole sopra una grande nave e poi niente più notizie ma non poteva garantire nulla. Ed il semaforo, quello, ne aveva visti passare di cani, ma vai a ricordare se quel cane fosse passato di la.

E la storia, se non fosse una storia vera, finirebbe qui. Se non fosse che il cane decise di rialzarsi per imbarcarsi come clandestino sopra una nave mercantile. Indifferente quale, bastava solcasse il mare. E per farlo passeggiò con aria affranta lungo il porto. Piccoli marinai e grandi scaricatori lo chiamarono spesso, offrendogli da mangiare e sperando in un suo gesto. Ma lui alzava la testa, cercava un padrone che non c’era e continuava con la coda tra le gambe.

E l’uomo decise di camminare tutte le strade della città alla ricerca del cane. Non chiese indicazioni e non interrogò altri semafori. Ma attraversò tutte le strisce pedonali guardando tutti gli angoli delle strade, cercando sotto i cartoni e dentro i giardini fino a ritrovarsi, disperato, dentro al porto, stanco affamato e sporco.

E che i due, in un mezzogiorno di un settembre appena accennato, con un sole che avrebbe lasciato tutti in casa al fresco, sopra un molo deserto davanti un mare quieto,

si sarebbero ritrovati.

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