Ci sono quarantacinque chilometri
che dividono il paese dalla città
la natura dall’artificio
la spontaneità dalla falsità.
Dodici sono invece i chilometri
che separano il paese dalla cittadella a nove punte.
Lunga la durata della vita,
 breve la nostra esistenza.
(Richard Arthur Jannen)

I vent’anni di età erano giunti senza preavviso per le tre protagoniste di questa storia, vent’anni trascorsi nella più spontanea superficialità se si eccettuano rari momenti di riflessione sulla morte e tutte le sue sgradevoli conseguenze. Pensieri fugaci quanto fastidiosi, profondi quanto inutili visto che una volta morti a nulla sarebbe servito averci ragionato in precedenza. L’imperativo, per loro così come per molti altri, era vivere nel modo più rispettoso possibile la società che mamma e papà avevano costruito, amando i momenti di felicità e scordando quelli di tristezza.

A vent’anni si é tutto e niente, maturi abbastanza per capire di sbagliare, troppo poco per decidere di evitare gli errori. ‘Brave ragazze’, così le avrebbe definite qualsiasi concittadino, chiunque conoscesse i loro trascorsi scolastici, i loro rapporti con gli amici e con i genitori. Parametri canonici e noiosi, come molti dei loro rientri pomeridiani dall’università, meta agognata dopo otto ore di lezioni in facoltà. Facoltà facoltose visto che ciascuna famiglia spendeva cifre notevoli per permettere alle tre ragazze di frequentare ogni giorno l’ateneo, di mangiare nella mensa, comprare i libri e compiere il viaggio in treno. Quarantacinque chilometri si percorrono in circa quaranta minuti, mentre trentacinque sono gli scatti che la lancetta più lunga deve compiere perché le tre amiche scendano a piedi dall’università alla stazione ferroviaria. Quasi lo stesso tempo, con l’unica differenza che nella prima parte del viaggio, a piedi, i vestiti nelle stagioni più fredde si inzuppano di umidità e pioggia, senza contare i fumi di scarico delle auto, mentre nella seconda gli odori del treno sono unici, inconfondibilmente pregni dagli effluvi che ciascuno di noi porta con se dentro pochi metri quadrati.

Questi erano stati fino a quel giorno di fine inverno del 1991 i problemi più rilevanti e fastidiosi per le nostre tre giovani amiche. Amiche ma non troppo, visto che rancori di vecchia data covavano ancora dentro ciascuna di esse; rancori per amori, per tradimenti della reciproca fiducia, per superiorità nel comportamento della più scolasticamente diligente.

Erano tre prototipi. Una brava a scuola ma bruttina o considerata tale dalla più curata e sfacciatamente sensuale o considerata tale dalla terza più allegra e simpatica. Tre tipiche amiche che tranne alcuni anni di studio trascorsi assieme, e lo stesso paese d’origine, nulla avrebbero avuto in comune eccezion fatta per il percorso che le attendeva quotidianamente.

L’idea di scendere a piedi era stata della più carina che per il timore di ingrassare aveva proposto alle altre due di risparmiare i soldi del biglietto d’autobus per il ritorno. Ovviamente non se ne parlava nemmeno di fare la strada in salita all’andata, avrebbe certamente influito negativamente sullo stato di composizione del viso che le portava via circa quindici – venti minuti di ristrutturazione ogni mattina.

Era dunque un pomeriggio di fine inverno, con un cielo ancora plumbeo e minaccioso, con le auto pronte a schizzare i loro abiti alla prima pozzanghera visibile. Durante la notte un violento temporale aveva staccato piccoli rami dai rari alberi della via, contribuendo ad intasare assieme a numerose foglie in decomposizione avanzata tombini satolli ed incapaci di digerire alcunché.

Le pozzanghere si allungavano nei dislivelli dell’asfalto riflettendo le prime luci artificiali della sera.

Quando scelsero, nonostante i disagi di percorso, di scendere comunque a piedi, a rischio della loro eleganza, non sapevano ancora per quale vero motivo la loro decisione di lì a pochi minuti si sarebbe rivelata fatale.

Le nuvole stavano addensandosi sulle loro teste mentre le tre amiche scendevano con aria assonnata ma con portamento fiero la lunga scalinata dell’ateneo. Provavano sempre una sensazione di superiorità al sapere di essere sulla strada per diventare dottoresse in legge; ciascuna, pur di non gareggiare all’infinito con le altre, aveva scelto di diventare avvocato, magistrato e notaio. Peccato che ancora molti anni le separava, almeno due delle tre, dal poter decidere sul da farsi una volta terminati gli studi universitari. La volontà e la presunzione necessarie però c’erano e a loro sembravano più che sufficienti per ottenere il desiderato.

La strada era frequentata da pochi studenti e molti lavoratori che terminavano l’orario d’ufficio sempre dopo le ore previste. Le tre si sentivano forti. La più allegra del gruppo, più bassa ma più sportiva, era stata silenziosa per tutta la giornata ed anche adesso non sembrava un granché loquace.

“ Che hai?” le chiese la più bella della compagnia, una specie di leader all’interno del gruppo, quasi che la bellezza fosse il principale elemento per discernere il carattere carismatico dei personaggi.

“ Niente” aggiunse la terza e più studiosa, “é in giornata di riflessione. Forse ha bisogno di un uomo.” Concluse ridendo e guardando in faccia la più bella nella speranza di beneficiare di un sorriso d’approvazione.

Forse era proprio la bellezza a fare da padrone nel gruppetto visto che quello era in genere il principale argomento di discussione.

Nessuno avrebbe osato definirle ragazze vuote o replicanti pubblicitari se non fosse stato per quell’aria di etereo menefreghismo nei confronti di tutti quegli eventi che una rivista di moda non comprende tra le proprie pagine. Il mondo era fatto di luci, mai di ombre. Quel giorno però una delle tre pareva veramente riflessiva, una qualità o caratteristica considerata noiosa dalle altre abituate a ben altri canoni.

Passò un camion nero proprio quando questa stava cercando di iniziare un periodo; l’attenzione delle amiche era catalizzata da parole non ancora esternate.

“ Pensavo…” Cominciò e riprese, “Pensavo che stiamo sprecando la nostra vita.”

Esitò alla ricerca di una spiegazione alla frase appena pronunciata; “Stiamo vivendo solo uno dei modi possibili in cui avremmo potuto vivere.”

Le due la guardavano sempre più stupite mentre lasciavano sfilare altre persone sui marciapiede stretti dalle auto in sosta vietata. Lei però si sentiva disposta a continuare, almeno per dare una spiegazione che apparisse più logica agli occhi di chi si sarebbe vista rivivere solamente come se stessa in pieno star-system.

“Penso che avrei potuto fare migliaia di altre cose se solo avessi avuto il coraggio di farlo. Insomma potrei vivere di caccia e pesca nell’isola più dispersa del mare più sconosciuto o essere missionaria fra tribù indigene o…”

“Lavorare come prostituta in un bordello dei paesi tropicali!” irruppe schernendola la solita secchiona. “No grazie, preferisco essere ciò che sono. Amo la mia cultura, i miei paesi il mio mondo la mia vita.”

“ Non dico questo; anche a me va bene essere ciò che sono. Solo… Avrei voluto poter scegliere o provare a fare qualcos’altro.”

Si stava spiegando decisamente male e le due amiche cominciavano a seccarsi per tanta autoriflessione da parte di chi di solito aveva il compito di tenere allegra la compagnia, fare il proprio spettacolino e far passare per migliori le altre.

Tanto più che la pioggia si stava facendo sempre più insistente e le luci, più forti, in contrasto con zone d’ombra più scure.

“ Se solo avessimo tre o quattro vite, magari più veloci, potremmo capire più cose nella nostra esistenza.” Aggiunse pensierosa.

Aveva raggiunto il limite della sopportazione. Era evidente che un’altra delle sue tipiche paturnie si era impossessata di lei. Forse lo faceva apposta per dimostrare di non essere poi così stupida come lasciava credere quando scherzava. Certo era che doveva piantarla di stressare con queste cretinate.

Si ritrovarono tutte e tre in silenzio a scrutare l’asfalto bagnato del marciapiede schivando i martellanti gocciolatoi delle terrazze.

L’asfalto sembrava mutare colore passo dopo passo ed il riflesso delle auto in sosta divenire un’unica scia che accompagnava i loro movimenti. Si muovevano come automi, al ritmo di un metronomo fisso sui suoi quattro quarti. La più bella alzò lo sguardo con un rantolo di superbia, chiedendosi come mai si fosse per un attimo bloccata a ragionare sulle parole dell’amica; o almeno sapeva di averlo fatto, ma non ne ricordava le conclusioni tratte. Fu un lampo ad illuminare il suo volto quando si rese conto che tutte le auto erano sparite, la strada deserta e illuminata. Non ci badò più del necessario, di lì a poco sarebbero passate accanto ad una splendida vetrina di elettrodomestici. Non le interessava ciò che era esposto, ma il fatto che la tappezzeria scura del negozio le permettesse di specchiarsi perfettamente e confermare la propria superiorità. Era un gesto spontaneo, necessariamente richiesto dalla propria vanesia ma giusto e meritevole di attenzione. Anche sapere di essere ammirata faceva parte delle sue necessità fisiologiche, delle sue prerogative e, come spesso sospettava, dei motivi per cui le altre due le erano amiche. Non volle però chiedersi come mai le insegne dei negozi sembravano talmente luminose da non permettere di leggerne le scritte. Superò il cancelletto di metallo grigio;  per un attimo le era sembrato verde; guarda che razza di scherzi fa la pioggia quando ci si mette. Guardò ancora i propri piedi pensando che le scarpette indossate la mattina nella speranza di una giornata assolata stavano inzuppandosi come biscotti nel caffè. Rialzò lo sguardo per vedere la vetrina preferita. Strano, doveva essere più vicina al cancelletto. La vedeva in lontananza; troppa luce anche lì. Ma cosa cavolo avevano quella sera per strada? Perché poi mettere delle luci così forti se non puoi vedere nemmeno cosa c’è dentro il negozio? Passò accanto alla vetrina ingoiando la delusione per non essersi potuta specchiare. Uscirono in quel momento tre persone dal successivo negozio. Le osservò a lungo ed attese alcuni passi per poterne commentare il look con le amiche. Guardò le altre due; sembravano proprio disperse chissà dove.

“Li avete visti quei tre?” Pausa. “Sembravano coperti di stracci! Fossero stati in Tibet avrei capito, ma venire in città conciati così.”

Era l’unica delle tre ad essere animata dall’idea che per andare dal paese alla città fosse necessario vestirsi in modo decoroso. Odiava quelle persone che si presentavano in tuta da ginnastica a lezione e soprattutto quelle ragazze che la mattina non si truccavano. Era questo uno dei motivi per cui spesso litigava con la sua amica super sportiva. Questa sera però sembravano tutte e due in trance; troppo pensierose per i suoi gusti. Specialmente lei, quella che aveva deciso di rovinare la serata con i suoi discorsi assurdi, sembrava completamente assente nonostante adesso avesse alzato gli occhi verso le amiche. Fu lei ad accorgersi degli alberelli nuovi lungo la strada. Non ricordava di averli visti la mattina salendo con l’autobus. Eppure erano veramente nuovi, come i cordoli che recintavano le aiuole. Tanto parcheggi non ce ne erano. O almeno, non c’erano auto. Sembrava persa nei meandri della mente quando disse: “Le auto non esistono più da decenni.”

Fu sufficientemente assurda come frase da far fermare le due amiche e da far compiere il gesto di controllarle la temperatura corporea da parte della studiosa del gruppo. Nessuna delle due ebbe il coraggio di schernirla ulteriormente, dato che sembrava andata, partita, fusa e confusa.

Ripresero a camminare.

“Cosa intendi dire?” Le chiese la bella quasi titubante come quando il cane più insensibile del mondo decide di improvvisarsi psicoterapeuta.

Non era solo il desiderio di mostrarsi comprensiva, in realtà una strana sensazione di novità pervadeva anche le sue gambe. Le sembrava di camminare tanto per poi muoversi poco e soprattutto di mantenere sempre lo stesso identico ritmo, che lei accelerasse o rallentasse. Inoltre era vero che non si vedeva anima viva per strada. L’asfalto sembrava nuovo, più liscio, morbido; avrebbe giurato essere come il suo giaccone di gore-tex se non fosse stato per la luce. Troppo forte, decisamente forte. E i colori riflessi, erano tutti sfumature di giallo, non un’insegna che fosse fucsia o blu. C’era qualcosa di strano e non riusciva a coglierne l’essenza. Non c’era il solito odore di pioggia; non c’era proprio nessun odore. Di solito passando in quella zona, vicino all ristorante cinese, una zaffata di frittura la nauseava completamente. Quella sera però gli odori sembravano spariti. Dovevano averlo chiuso quelli del controllo anti sofisticazioni. Certo che non c’era proprio nessuno, né in auto né a piedi.

Si accorse di non aver ascoltato la risposta dell’amica, quando questa stava concludendo la frase: “… Sopra di noi.”

Fu un movimento all’unisono come arbusti alla folata di vento quello che portò le tre teste a rivolgere lo sguardo verso il cielo rimanendo ferme per la magnificenza dello spettacolo. Due scie una rossa ed una verde correvano parallele appena sopra la fine dei palazzi e come filamenti di luce trasportavano piccoli oggetti scuri.

Abbassarono lievemente lo sguardo per scoprire come le facciate dei palazzi in realtà fossero completamente coperte di specchi. La più bella ebbe un gemito di gioia subito soffocato da un baleno di razionalità che attraversò la sua mente: cosa succede?

La bruttina studiosa si sentì raggelare all’idea che le parole della loro nuova profetessa fossero vere e tutte e tre non tardarono a capire che qualcosa nel tempo stava mutando. Cercarono allora di scorgere la fine della strada ma le curve impedivano qualsiasi congettura: luci ovunque, luci riflesse, emanate, sparate ovunque. Non sapere se dire, se fare, se…

“Cosa succede?” Chiese la bella superficiale con voce tremula. L’allegra, o ritenuta sempre tale fino a quel giorno, aveva abbassato lo sguardo e stava ciondolando la testa quasi avesse dei pensieri da rimestare. Le amiche pendevano ora letteralmente dalle sue labbra e non erano disposte ad accettare sentenze oscure.

Cosa stava succedendo!

“Niente di strano.” Rispose con un sorriso appena accennato, “Stiamo vivendo nel futuro.”

Continuava a piovere e tutte e tre riunite a cerchio scontravano gli ombrelli tra di loro lasciando che le gocce cadessero sui loro vestiti.

“Come nel futuro? Io voglio il mio presente, la mia vita, i miei amici… il mio cane!” Sbottò la bella; il rimmel colava lungo le guance come fiumi di petrolio su terra rossa.

Il fascino sensuale e la sicurezza che la contraddistinguevano sembravano abbandonarla.

“Lo stai già vivendo il tuo presente. E’ appena passato. Stai per entrare verso la fine del tuo futuro.”

“Cosa cavolo dici? Ma ti sei bevuta quel poco di cervello che avevi?

“Io… Tu e le tue idiozie ci stanno suggestionando come galline ipnotizzate. Insomma ti decidi o no a piantarla?”

Ma l’amica si limitava a sentenziare senza commentare le proprie frasi.

L’idea che la fine del mondo dovesse accadere proprio quel giorno non andava a nessuna delle tre, specie alla bella del gruppo che aveva tutt’altri programmi per la serata.

Era vero. Era reale tutto quello che stava accadendo. Un pensiero lampo attraversò la mente della studiosetta che si vide a raccontare l’evento a casa. Bastò uno starnuto della bella perché un brivido le scendesse lungo la schiena all’idea di non riuscire nemmeno a far ritorno a casa.

“Non é la fine del mondo.” Aggiunse l’unica che per uno strano scherzo del destino sembrava avere cognizione di causa. “É il tempo che ha deciso di giocare con noi!”

Si mise a ridere terrorizzando definitivamente le due amiche ormai in preda a conati di vomito ed impellente desiderio di raggiungere un bagno.

“Corre. Corre, capite? Lui ci sta mostrando come sarebbe vivere più velocemente e  sta cambiando solo l’ambiente esterno. Noi siamo sempre uguali.

“Noi siamo briciole cosmiche in una dimensione temporale estrema, anzi, eterna. Noi siamo già morte centinaia di anni fa, come i nostri figli e nipoti, se ne abbiamo avuti. Ma esistiamo nella memoria molecolare della materia fluttuante, per questo stiamo parlando ancora. Il mondo cambia scenografia e noi siamo le uniche tre spettatrici… Credo.”

Mentre pronunciava queste parole mostrava le sue mani alle amiche. Neanche un segno dell’età. Era rimasta ferma come prima ma la strada sembrava completamente cambiata. Il panico si era impossessato della bella che nonostante la consolazione delle rughe non poteva e non voleva capacitarsi delle parole dell’amica. Aveva smesso di parlare. Aveva smesso di pensare. Temeva di smettere di esistere.

“Continuiamo a scendere?” Chiese la studiosa trattenendo il fiato per non essere avvolta dalla nausea.

“Continueremmo a camminare verso il futuro!” Rispose con entusiasmo la simpatica. Sembrava aver ritrovato il proprio buon umore, lo stesso che aveva tenuto la compagnia ben desta nelle giornate di noia completa.

Il panico, la paura, la sensazione di inadeguatezza agli eventi esterni prendevano sempre più posto nelle loro menti. Nessuno avrebbe potuto giudicare superficiali tre ragazze che tornando verso casa in una normale giornata di fine inverno si fossero ritrovate proiettate nello stesso luogo qualche secolo più tardi. La sensazione che più le turbava era che la strada fosse cosa viva, animata nel suo evolversi nel tempo. Una vita che noi non siamo in grado di  cogliere normalmente, ma che se accelerassimo il tempo riusciremmo a capire alla perfezione.

Questo era ciò che stava accadendo loro in quei minuti o decenni.

Questo era ciò che percepivano intorno a loro ed il timore di esistere senza avere il tempo di poter vivere era il pensiero più devastante che attraversasse i loro cervelli.

“Rimaniamo qui ferme immobili, qualche cosa accadrà per chiarirci la situazione attuale visto che siamo ancora vive un motivo ci dovrà pur essere, un fine ultimo a questa rappresentazione del potere di…”

Aveva parlato così, tutto d’un fiato l’unica ancora in grado di emettere suoni articolati, l’unica che prendeva ora l’evento con l’entusiastica leggerezza di chi possiede la chiave segreta del mondo. Le altre due tacevano cercando di recuperare frammenti dalla propria memoria allo sconquasso.

Fu la bella raddrizzandosi e, deglutendo con decisione, a rompere il silenzio, più per non sentire i profondi respiri della strada che non per necessità di proferire alcunché.

“Non voglio vedere il futuro del mondo. Io voglio tornare a casa mia, da mia madre e mia sorella.

“Non ho mai fatto niente di male. Non mi merito il destino di chi ha colpe macchiate di sangue. Io ho una vita felice davanti a me. Io sono una bella donna, sono intelligente, ho molte possibilità davanti a me. Non voglio vederle polverizzate nel giro di secondi.”

Parlava senza ascoltarsi, una specie di novità per lei. “ Lo so che mi credete una facile. Mi avete sempre considerata una un po’ oca! Ma se non fosse stato per me, gli uomini non si sarebbero mai avvicinati. Io… L’ho fatto anche per voi.”

“Ma cosa cavolo dici?” Intruse Miss Studio, “ Non siamo ancora in punto di morte. Cosa credi, di poter convincere il tempo che eri meglio di come sembravi?

“Eppoi cosa vuoi dire? Che tu sei l’unica cosa che conta nel mondo? Oh sveglia, cretina! Sentila, l’altruista. Mi hai soffiato il ragazzo per farmi un favore? Io… Io giuro non posso credere che tu sia così vigliacca. Ipocrita!”

“Non era il tuo ragazzo, eravate solo amici.”

“Beh, poteva diventarlo. Lo sapevi che gli andavo dietro.” Il viso le si era fatto viola. E sarebbe stato visibile anche alle altre se una potente luce grigiastra non avesse inondato i loro corpi bagnati.

La terza, l’unica a non avere necessità di esorcizzare quella strana situazione, si era rasserenata ed ascoltava i discorsi insulsi delle due compagne di corsi.

“Con te non ci sarebbe mai venuto!” Sembrava, sospingendo il seno in fuori a baluardo delle proprie parole, aver riacquistato tutta la fiducia in se stessa, dimentica di una pioggia divenuta oramai argentea.

“Be, meglio sola che puttana!”

Ammutolirono entrambe vedendo girarsi la simpaticona preveggente e quant’altro in quel giorno del tubo si fosse improvvisata. Aveva rivolto loro le spalle per accucciarsi a terra e sfiorare quello strano pavimento.

Silenzio.

Poi lentamente pronunciò: “Decisamente curioso. Già, curioso… Curioso come due persone davanti alla propria inesistenza si lascino influenzare dai ricordi più lontani. Provate a pensarci. Non vi ricordate niente del vostro futuro? Concentratevi su di voi a trenta, quaranta, cinquant’anni. Non é difficile. Un po’ come il ‘Canto di Natale’ di Dickens. Potete vedervi tra quarant’anni… Con l’unica differenza… Che domattina non vi risveglierete nel vostro solito letto.”

La sensazione di morte, l’impotenza davanti ad un futuro ormai passato avrebbe potuto spingere le tre protagoniste al suicidio. Ma ben maggiore fu la loro pena.

Rimasero lì, sotto la pioggia battente, ad attendere che il resto del pianeta terminasse la sua folle corsa. A vedere i propri figli morire, i nipoti, i pronipoti e così tutte le generazioni fino all’estinzione della razza umana. Fu di nuovo l’intraprendente a sciogliere l’incantesimo e ad offrire alle altre due una possibile via di fuga.

“ Rinunciamo!”

“Cosa?”

“Rinunciamo alle nostre caratteristiche.”

“Sei andata del tutto?”

“Rinunciamo , io al mio carattere, tu alla tua bellezza e lei al suo amore per lo studio.”

Non fiatarono, non commentarono quell’ultimo guizzo di follia uscito tra le parole di chi le aveva guidate fino allora in un incubo lungo un’eternità. Una sensazione di inferiorità che le aveva isolate dalla fisicità del momento, rendendole dimentiche della pioggia, della paura, della sensazione di nausea che aveva invaso le loro narici. Sentirono sparire ogni cosa intorno a loro. Sentirono di non avere più nulla in comune con le loro membra ed il loro passato.  Avevano visto il loro futuro, il dolore della bella, la rassegnata solitudine della studiosa e la triste falsità della simpatica. Un sogno atroce, con disegni di realtà crude e cattive, costellate di totale insensibilità come mai avevano pensato di esser state in vita loro. Vivere in un futuro ben diverso da quello prospettato o essere, non esistere, in eterno. Questa era la scelta.

Era più che sufficiente per lasciar cadere in terra gli ombrelli ormai inutili, prendersi per mano in un cerchio di disperazione e pronunciare la parola ‘Rinuncio’ come spesso avevano sentito dire in chiesa.

 

Nessuno seppe mai perché quel giorno le tre amiche ritardarono fino a notte fonda per rientrare a casa. Tutti però videro tre cambiamenti in ciascuna di esse: goffa noncuranza di se, ignoranza totale e dimessa silenziosità. Smisero di truccarsi, di parlare, di leggere. Smisero di pensare, di capire, di conoscere. Smisero persino di cercare uomini. Smisero di vestirsi con abiti firmati, abbandonarono i loro cellulari, le auto, le camere, gli amici, tutte le abitudini, i soldi la loro società dal consumismo ottuso.  Smisero di frequentarsi e di studiare per dedicarsi ognuna ad una missione umanitaria sul globo terrestre..

Ogni sera però, ciascuna in un punto diverso del mondo, prima di coricarsi, si sedeva dinanzi un orologio, osservandolo con incomunicabile soddisfazione… E, sinistramente, sorrideva al lento ticchettio delle potenti lancette, nella piena coscienza di poterle vedere un giorno correre all’impazzata al più piccolo rimasuglio della loro passata presunzione di esistere.

 (Trieste, 1996)

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