L’interregionale Venezia – Trieste non era di certo l’Orient Express.

Ma neanche un lontano parente.

Ma neanche tanto veloce.

Era un treno, andava su rotaie e basta là. Forse un certo fascino poteva averlo come una giostra per un bambino. Solo che i bambini sorridono alle mollette del bucato, trovano ridicola una palla colorata ed hanno ‘tanta palula’ di Babbo Natale: i bambini sono un pessimo metro di paragone. Nemmeno i trenofili vanno presi in considerazione. Trascorrono ore a sognare carri merci, parlano di motori elettrici con orgoglio e sono gli unici a sapere esattamente cosa significhi la scritta 444R.

No, quello era un interregionale Venezia – Trieste, di quelli di proprietà dei pendolari stanchi e che nulla aveva a che vedere con l’Orient Express.

C’era un uomo sopra quel treno di volti assonnati e facce incazzate del primo mattino. E sorrideva.

Definirlo uomo forse sarebbe stato troppo impegnativo, ma l’aria da ragazzo l’aveva persa almeno da qualche migliaio di capelli.

Era lì, affacciato al finestrino opaco di condensa e sorrideva.

Zitti gli altri pendolari. Lo guardavano e pensavano.

–          Stanotte ti è andata bene, eh?

–          Hai avuto una promozione, ovvio.

–          Cazzo hai da ridere, stronzo?

–          Sei fuori di testa. Dovrebbero riaprirli ‘sti manicomi.

–          Hai cambiato lavoro.

–          Ti passa, ragazzo, ti passa.

E lui, beato davanti al finestrino opaco, sorrideva.

Si chiamava Keine Jetez.

Era nato In Italia da madre tedesca e padre francese. A Torino aveva studiato inglese e, con lui, la barzelletta – su un  aereo ci sono un tedesco, un francese, un italiano, e un inglese – non funzionava mai.

Era alto, magro, curvo in una giacca consunta, cravatta dal nodo spropositato e lisa ventiquattrore sopra le ginocchia.

E sorrideva.

Non un sorriso fugace, un pensiero che attraversa la mente, quell’idea piccolina che cerchi da una vita e finalmente vedi arrivare.

Da quando era salito in treno alla stazione di Latisana,

Keine Yetez

sorrideva,

sempre.

–          Mi scusi.

–          Prego?

–          Mi scusi se le chiedo…

–          Prego.

–          Non vorrei sembrarle inopportuno ma… la vedo così sorridente da quando si è seduto che vorrei sapere il perché. Sì, lo so che come domanda… Insomma suonerà strana, ma… dico, è talmente tanto un piacere vederla così che… Non vorrei farmi i fatti suoi, eh…

–          No, non si preoccupi.

–          E sì, cavolo! Vorrei sapere anch’io ‘ché hai tanto da ridere! Ma penso che tutti, qui, no?

E in effetti tutti avevano terminato di fingere e tutti lo guardavano con un punto interrogativo dipinto negli occhi. Perché un pendolare ne può subire tante, ma quando il mondo gira come in ogni giorno di noia ordinaria, vedere un uomo che sale si siede e sorride,

sempre,

non è facile resistere.

–          Guardate che è solo una sciocchezza.

–          Sciocchezza una cippa! Minimo hai vinto la lotteria.

–          Ha vinto la lotteria? Bella fortuna e quanto ha vinto? No, non per essere inopportuno…

–          No, no non ho vinto nulla. Mi spiace.

–          Eh… Anch’io se avessi vinto negherei, con tutti i furfanti che ci sono in giro… Ha ragione.

–          Cazzo! Mai che capitino a me certe fortune.

–          No, guardate c’è un equivoco, io non ho vinto giusto nulla. Non gioco nemmeno alla lotteria.

–          Eh, vabbè ma si vede. Sì insomma… Non per essere indiscreto ma si vede. Lei è più che sereno. È felice… Anch’io avrei voglia di urlarlo al mondo. Poi… Lei non riesce, diciamolo, ad essere serio nemmeno quando nega. Insomma… Nemmeno io riuscirei.

–          Che culo oh! Io avrò fatto un dodici alla schedina una volta in vita mia e ho portato a casa diciottomila che ad offrire da bere ad amici e parenti ci ho pure rimesso.

–          No, guardate, non voglio deludervi ma non ho vinto proprio…

–          Meneghel! Oh, Meneghel, qui c’è uno con un culo sfacciato che ha vinto!

–          Ma no, lasci perdere che non è vero.

–          Cosa dicevi? ‘Ngiorno.

–          Buongiorno.

–          Salve.

–          Che il tipo qui, il signore ha vinto i miliardi.

–          Caspita! Complimenti! Dovrebbe offrire da bere a tutto il treno.

–          Potrei anche farlo. Mi costerebbe un po’ ma…

–          Allora vede che ha vinto?

–          No che non ho vinto. Ma offrirei da bere volentieri a tutti.

–          Ah.

–          Bene!

–          Guardi… Complimenti davvero. Cosa farà adesso?

–          Andrò a lavorare come sempre. Non ho vinto!

–          Eh, ha ragione sa.

–          Ah io no, io andrei in Brasile, mi troverei una bella donna e via a godermi la vita sulla spiaggia, altro che!

–          No, ha ragione il signore: se avessi vinto io avrei fatto come lui. Aria indifferente e un po’ alla volta… Così si fa, con indifferenza.

 

Continuarono così per tutto il viaggio. Fino a Trieste dove prima di scendere Keine Jetez disse, sorridendo:

–          Allora cosa facciamo? Andiamo a bere?

–          Lo sapevo io!

–          Posso chiamare un amico? È nell’altro scompartimento.

–          Va bene. Basta che non continuiate a dire che ho vinto.

–          Promesso.

–          Non si preoccupi sapremo mantenere il silenzio.

–          Faremo finta che sia il suo compleanno.

–          Andiamo?

–          Prego, prego. Dopo di lei.

Scesero dal treno in un gruppo di nove di loro. Percorsero tutta la pensilina ed erano già diventati una ventina. Entrati nel bar sembravano una comitiva di turisti appena scesa da un bus a due piani.

Ordinarono da bere e brindarono tutti a Keine Jetez. Ormai avevano dimenticato il lavoro, le coincidenze dei bus e soprattutto il motivo per cui si trovassero tutti in quel bar della stazione tra la gente che beveva e festeggiava.

Solo uno dei primi a rivolgergli la parola in treno si avvicinò a Keine Jetez mentre staccava un assegno di un milione e mezzo ad un quanto mai raggiante cassiere.

–          Oh, senti Keine?

–          Mi dica.

–          No, e che cavolo. Cioè bella la festa improvvisata, buona l’idea di portarci tutti a bere. Ma perché continui a negare di aver vinto?

–          Perché non ho vinto.

–          Dici davvero?

–          Davvero.

–          Hm.

–          Mi spiace, ma davvero non ho vinto.

–          No, no va bene… Ma allora che cavolo avevi da sorridere in treno? E anche adesso, sei sempre che sorridi.

–          Adesso sorrido perché ho offerto da bere a duecento persone senza un buon motivo.

–          Tu sei fuori di testa! Mah. Allora? In treno cosa ridevi a fare?

–          Le dico la verità?

–          Sì, cazzo, sì, adesso me lo devi, siamo praticamente amici.

–          Il vetro.

–          Il cosa?

–          Il vetro appannato.

–          Ma…

–          Il vetro del treno. Era appannato.

–          Eh… E te ridevi perché era appannato?

–          Da dove ero seduto si vedevano le ditate di una scritta. E mi era tanto piaciuta che ho deciso di assecondarla.

–          Eh, che?

–          Sorridi alla vita.

Capito? C’era scritto, sorridi alla vita.

E io sorridevo.

 

 

Giuliano Pellizzari – Tragitto Trieste – Udine, Novembre 2000

 

Share This