PARTE PRIMA

Luce solitaria ondeggia in un giorno di fine novembre. È buio il mare d’inverno, tranne per quella piccola luce rossa, quasi rosa nel tremare in lontananza, quasi sospesa sulle onde di inizio canale.

È la piccola luce rossa, quasi rosa nella sua scia notturna, di una boa di segnalazione. Indica il canale alle navi in entrata.  Un filo di ragnatela la tiene alta sull’acqua e l’aiuta a farsi notare.

Lei, di suo, non smette mai di lampeggiare.

Mai.

Che le onde cavalchino verso ponente, che il cielo svuoti nuvole di rabbia, lei, la piccola luce rossa quasi rosa vista da sotto, lei, lampeggia. Sempre.

Perché lei è l’inizio del canale. Lei ha un incarico ben preciso e guai,

–                   mai?

–                   Mai!

Guai a sbagliare. Lei è la boa di inizio canale.  E tutti lo sanno.

Anche il mare. Anche lui lo sa.

 

 

PARTE SECONDA

Un uomo, solo, guarda il mare.

E’ seduto sul molo di cemento e guarda il mare. Poche nuvole in lontananza, un vento, lieve e leggero come un velo sul volto del mare.

L’uomo disegna, anzi scarabocchia, anzi scrive, disegna ancora, su di una piccola agenda di pelle verde. Guarda il mare e  disegna.

Una donna.

Passa una donna sola, unica, l’unica sulla spiaggia oltre all’uomo. Ha i capelli raccolti sulla testa, la donna e guarda a terra. Ha pantaloni neri e una maglia nera, pesante, di lana. E’ inverno. Quasi. E’ quasi inverno. Il sole del pomeriggio non si fa vedere, ma se ci fosse, se si mostrasse, sarebbe sbiancato, triste. Non si sentono voci, non ci sono rumori oltre allo sciabordare del mare.

La donna vede l’uomo seduto sul molo di cemento.

L’uomo disegna, anzi scarabocchia, anzi scrive, disegna ancora.

La donna si sente attratta dall’uomo.

Perché?

La donna non se lo domanda, la donna non ha pensieri nella mente, il vuoto, solo il vuoto.

E una voce. Una voce che non spiega, ma che unisce l’istinto alla curiosità per quell’uomo seduto in riva al mare, su di un molo di cemento freddo più dell’aria in quella domenica di mezzo autunno.

La donna si avvicina lentamente nonostante si senta attratta dall’uomo.

Perché?

I passi sul molo evitano le pozzanghere lasciata dall’alta marea, piccoli segnali di un percorso tortuoso insidioso.

Perché?

La donna è ora vicina all’uomo.

Lo guarda mentre muove la mano su di un foglio.

L’uomo si accorge della sua presenza e chiude di scatto il libro. Non è un libro, è un’agenda di pelle verde.

–                   Cosa fai?

–                   … Scrivo.

–                   Cosa?

–                   … Scrivo.

Silenzio. La donna non pensa ad altro. Vuole sapere cosa stia facendo l’uomo.

Perché?

Siede accanto a lui. Gli guarda le mani affusolate. Lo sguardo dritto nel vuoto. Anche la donna guarda avanti.

Silenzio.

Anche il mare si placa.

–                   Sei un artista?

–                   … No.

–                   Cosa sei allora?

–                   …Hm?

 

 

L’uomo si volta per un attimo a guardarle le mani adagiate sul grembo. Una fede al dito.

Torna a guardare il mare.

–                   Un pittore? Sei un pittore?

–                   …Chi?

–                   Tu… Uno scrittore? Chi sei?

–                   … Io… Sarei un sociologo.

–                   Saresti o sei?

–                   … Cosa?

–                   Un sociologo. Hai detto: ‘Io veramente sarei un sociologo’.

–                   Veramente?

–                   Sì. Sei un sociologo?

–                   … Già.

–                   E cosa ci fa in riva al mare un sociologo?

–                   Ascolta il mare.

Silenzio.

–                   Perché il mare? Non dovresti ascoltare le persone?

–                   Già.

–                   Ma non lo fai, stai ascoltando il mare. Perché?

–                   E’ una vita che ascolto le persone. Ora voglio ascoltare il mare.

–                   Una vita. Quanti anni hai?

–                   Ventisei.

–                   Una vita. Ma se sei ancora giovane!

–                   Sono vecchio.

Sorride. Il giovane e vecchio sociologo seduto sul pontile di cemento a guardare il mare, ha un sorriso delicato, fugace, è già sparito.

–                   Figuriamoci. Se sei vecchio tu cosa dovrei dire io che ne ho dieci di più?

–                   …

–                   Mi stai ascoltando? Cosa dovrei dire io?

–                   Niente.

 

Il vento si fa sentire. Lento, lieve accarezza gli sguardi di entrambi fissi sul mare.

 

–                   Cosa ti sta dicendo?

–                   Il mare?

–                   Sì, il mare.

–                   A me, giusto niente.

–                   E allora cosa lo ascolti a fare? Cosa te ne fai di ascoltare un mare che non ti parla?

La donna alza la tonalità della voce.

 

–                   Non parla a me. Ma parla.

–                   E cosa dice?

–                   Questo proprio non lo so.

–                   Come non lo sai?

–                   Non lo so e basta.

–                   Perché?

–                   Il mare non parla come parlano le persone. Usa un linguaggio diverso.

–                   Perché lo ascolti allora?

–                   Per capire cosa dice.

Silenzio. Onde che sciabordano sul pontile di cemento.

–                   Non capisco perché ti ostini ad ascoltarlo.

–                   Nemmeno io capisco perché ti ostini a parlarmi.

–                   Vuoi che me ne vada?

–                   Il molo é di tutti…

–                   Se la metti così… Scusami se ti ho disturbato.

La donna si alza in piedi accanto all’uomo seduto.

–                   Per capire. Mi ostino a parlarti per capire perché stai qui seduto,

–                   al freddo, per ascoltare un mare che non ti parla nemmeno. Non ti capisco.

 

Silenzio. Due gabbiani si alzano da una bitta. Stanchi; battito dopo battito, si allontanano verso il mare.

La donna continua a fissare il mare. Ruota su se stessa facendo perno sul piede destro e si allontana guadando a terra.

L’uomo estrae la matita dalla tasca della giacca nera, prende l’agenda di pelle verde e ricomincia.  Disegna, anzi  scarabocchia, anzi scrive, disegna ancora.

La donna cammina.

Silenzio. Rumore di onda che si frange sull’unico scoglio della spiaggia.

La donna guarda il mare. Guarda l’uomo disegnare.

 

Disegnare.

La donna corre verso l’uomo che disegna. Gli si avvicina. Lui l’ha già sentita arrivare e chiude con calma l’agenda verde.

–                   Perché disegni?

–                   Scusa?

–                   Se ascolti il mare e non capisci cosa ti dice, cosa disegni?

Silenzio. Il rumore della vela ammainata dell’unica barca nel mare.

–                   Alberi

–                   ?

–                   …

–                   COSA

–                   ALBERI.

–                   Ah. E perché proprio alberi?

–                   Per le radici.

–                   Alberi con le radici?

–                   Già.

Silenzio. Uno stormo attraversa il cielo e corre verso il mare. Battere d’ali frenetico.

La donna s’inginocchia accanto a lui.

–                   Hai paura del mare?

–                   …

–                   Del mare o delle persone?

–                   Del mare.

–                   Per questo disegni le radici?

–                   Già.

–                   E le persone?

–                   Già.

–                   Hai paura anche delle persone?

–                   Anche.

–                   Anch’io.

Silenzio. L’uomo e la donna guardano in lontananza. L’uomo disegna, anzi scarabocchia, anzi scrive, disegna ancora. La donna pensa al marito morto il giorno prima in un incidente di mare. Pensa e non capisce. Ascolta il mare e non capisce cosa le dica.

 

 

PARTE TERZA

Non si noterebbero.

Non dalla riva; anzi, dalla riva si scorge malapena una figura ricurva sulla barca di legno. Non si noterebbero tranne per un lieve riflesso. A tratti, a momenti e poi niente più, svanite come polvere magica.

Le nuvole. Le nuvole di salsedine sulle braccia immobili di un uomo.

Ma bisogna fermarsi, per notarle e

seguire

la melodia

del

lento

movimento

del

mare

d’agosto.

Sette quarti lenti lenti.

Le reti a prua come un nido per gabbiani. Nessun gabbiano sulla barca. Solo un uomo fermo, ricurvo a capo chino davanti la distesa infinita del mare.

Una bambina, bionda (la diresti tedesca, ma così, solo per stereotipo, non perché sembri tedesca, ma perché bionda dunque tedesca), è pallida in volto (tedesca di certo), è seduta da sola sulla bitta più piccola del molo

e

fissa il mare.

Non tutto il mare, non proprio il mare intero (sarebbe difficile, il mare è grande), una parte, solo una piccola parte, quella con la barca, la barca sola al centro della rada, con la prora a ponente e un pescatore…

Non è un pescatore è un uomo e non pesca nemmeno. E’ fermo. Le reti a bordo. Forse pensa. Ma le braccia…

Cos’hanno?

Sono immobili, lungo i fianchi, e brillano di salsedine… Come nuvole bianche,  come chiazze di neve su terra rossa, come…

Dondola. La barca segue le onde di un motoscafo in lontananza e dondola.

Prima poco, poi sempre di più.

… …

La bambina strilla ed il mondo si accorge di lei.

– Tutto bene?

– Come si sente?

– Qualcosa… Qualcuno…

Non parla la bambina con il volto rigato dalle lacrime, ma allunga un braccio e indica.

Una barca, in mezzo alla rada, vuota.

Non è altro che una barca, di legno,  che ondeggia un po’, ma è una barca di legno, con delle reti da pesca…

– Perché piange?

– Ha visto una barca.

– Ribaltarsi?

– Una barca da pesca vuota…

– L’ha spaventata?

-… ondeggiare.

–  Ah ah. Capisco. Non è abituata.

– Già.

La bambina bionda piange e il padre (tedesco e si vede) le si inginocchia accanto.

Parlano la bambina ed il padre ma nessuno capisce cosa si dicano. (Per forza…)

– Ondeggiano, piccola, a volte le barche ondeggiano…

– Già, capita.

– E’ la vita piccola.

– Già, la vita.

 

 

 

PARTE QUARTA

Una donna magra, esile, bella trent’anni fa, sale i gradini, lentamente.

Uno

dopo

l’altro

sale i gradini.

Le sembrano alti. Si sofferma ad ogni passo.  Il suo corpo, bello trent’anni fa, non riesce ad eseguire più di un movimento alla volta.

Il piede destro avanti,

la mano sinistra stretta sulla ringhiera,

anche il sinistro segue con tutto il tronco,

la mano destra tiene la borsetta,

pausa,

controlla il gradino successivo,

la sinistra scivola sul ferro

e di nuovo la stessa operazione.

Lenta.

Lenta che sembra pensare ad ogni singolo gradino.

Un gradino,

un pensiero.

Un gradino,

un pensiero.

Davanti agli occhi immagini lontane e di quelle recenti nessuna traccia.

Un gradino,

un pensiero.

Un gradino…

Sono finiti, i gradini. Tira un sospiro di sollievo. Anche questa è fatta. Entrerà, si sederà e ascolterà.

Era bella, la donna, trent’anni fa.  Quando lavorava, d’estate e il sudore le imperlava il volto. Si scostava i capelli lunghi e morbidi,  un sospiro del vento e si sentiva viva.

La donna entra, con un gesto che ripete da settant’anni si tocca la fronte, il petto e le spalle. Si guarda intorno. Freddo, una sensazione di freddo che le pervade le ossa. Le sente fragili, sottili, un soffio e si rompono.

Non riconosce nessuno. Non c’è quasi nessuno…

Certo, quasi nessuno.

E’ presto. Si convince che sia troppo presto. La gente arriva sempre tardi, ha fretta, sempre in ritardo su tutto…

Lei no.

Ci sono donne anziane che hanno sempre fretta, sempre fretta…

Certo, sempre fretta.

Devono fare, devono andare, sono impegnate, non hanno mai tempo…

Certo…

Sempre meno, comunque.

Non possono nemmeno ricordare. E il ricordo è l’unica cosa che rimane. Poi sparisce pure quello…

… Pure quello.

Non ha fretta la donna che ora siede dietro un banco. Scomodo, di legno duro, scuro, vissuto, più vecchio di lei forse. Forse.

Non ha paura. C’è qualcuno che la aspetta, la aspetta da anni.

Per quello ogni giorno, proprio, proprio ogni giorno, va lì a trovarlo. Così gli parlano. Lo trattano bene e lo lasciano stare con lei…

Certo…

La donna bisbiglia. Parla da sola non recita un rosario non sta pregando, non canta, non racconta, ma bisbiglia.

Un uomo, un abito scuro indosso uno sguardo sereno, ma basso, le passa davanti, la vede parlare da sola rivolta a terra. Non si ferma, non le si avvicina, prosegue nel suo cammino.

‘Mah.’

Una donna anziana e poi un’altra e un uomo e un bambino e altri, minuto dopo minuto, entrano e siedono dietro banchi lontani dalla donna sola.

‘Mah, mi è sempre sembrata così tranquilla non so perché parli…’

‘Senile, demenza…’

‘Non guardare ti ho detto… Non fissarla così!’

‘Mah…’

Entrano e si tengono lontani da quella signora così bella, trent’anni fa, che parla…

‘Ma Parla?’

Parla da sola come i matti.

Di solito c’è un uomo che le siede accanto e parlano per un ora.

Parla più lei veramente, lui ascolta. E’ più giovane rispetto a lei, è più giovane di almeno dieci anni. Arriva, le siede accanto e ascolta. Non ha amici, non ha parenti, nessuno lo conosce e nessuno sa perché ogni giorno, proprio ogni giorno, le sieda accanto e la ascolti.

Questa volta no, l’uomo non c’è, e nessuno vuole dirle che non c’è, non c’è più, non per un po’, ma per sempre.

Non ha potuto, non può, non potrà mai più. E nessuno le dice che l’uomo quel giorno non ci sarà.

La donna parla, continua a parlare, ma parla da sola.

Parla, è evidente, ma parla sola.

Gli altri la osservano per un po’, poi basta. Ognuno pensa a se stesso e della donna seduta sola sul banco lontano nessun ricordo.

‘Che male fa? Parla.’

Parla e basta.

E nessuno sa che la donna, bella trent’anni fa, ogni giorno, ogni giorno per anni e anni è andata a far visita ad un carcerato sconosciuto.

Gli ha parlato di ricordi, della vita, tutta, la sua, convinta di essere in chiesa con il marito morto tanto tempo prima in un incidente stradale.

Nessuno lo sa. Nemmeno la donna.

 

PARTE QUINTA

Come un’onda che pervade l’anima di emozioni, dalla gola agli occhi chiusi e stretti per non piangere fuori stagione.

Come le parole che si tuffano dalla mente per investire la voce della più alta espressione; uscire e combattere o morire sconfitte.

Così come può, così come sa, anche lui, seduto sul pontile, sotto il suono rotto della voce della donna, piange. Piange perché non può farne a meno, perché non riesce a trattenere la rabbia che nasce dentro.

Poche parole, sussurrate appena e lui piange.

– Gli uomini non piangono

Piange

– Gli uomini non piangono… Le donne piangono

Piange.

Lascia scorrere le lacrime sul viso a rigare la barba ospite da molti giorni sugli zigomi alti.

Buffo. Un uomo che piange e le lacrime a frangersi sulla barba.

Non ci pensa; non si pensa, l’uomo.

Vive le parole della donna e non vede se stesso piangere.

Non si è mai visto da quando è scappato al mare.

Cercava le onde.

Una, due dieci, onde piccole, niente di tale. C’erano solo onde piccole.

Lui

Lui cercava i cavalloni. Quelli con la schiuma alta, che spostano un uomo quando lo sorprendono in piedi sulla riva. Ha atteso giorni  in piedi sulla riva, ma niente. Solo onde, piccole onde.

Piange perché vive. Le parole della donna dentro il corpo, tra le costole, dolore allo sterno che risale e sfoga la rabbia dentro gli occhi.

Piange il dolore della donna, per la sofferenza e la paura della donna. Vuole, non può, vorrebbe, non può, se solo…

Avesse potuto essere lì in quel momento e salvarla, aiutarla, evitarle il dolore, il rimorso, il dolore nella rabbia di non potere.

Lui soffre perché impotente davanti alla sofferenza di lei.

Lei soffre perché impotente davanti alla morte.

Non si piange fuori stagione.

 

PARTE SESTA

Il bambino sarà uomo senza saperlo. Si dimenticherà di essere ciò che sognava e si limiterà a vivere.

Vivere.

Il bambino sarà uomo.

Così pensava la madre del bambino, la madre che accompagnava il piccolo per mano alla fermata dell’autobus.

Asfalto caldo, asfalto nero come il mare di notte, sbiancato a chiazze da nuvole di luce e foglie leggere che la fanno filtrare…

Attenta alle auto che passano…

La madre stringe la mano del figlio. Lui la guarda.

Lei no.

Asfalto caldo, ancora caldo.

Appena steso, appena, non ieri, non prima… Appena appena con una pennellata dall’odore intenso, acido… Meglio allontanarsi…

Il bambino… Non gli fa mica bene… Poi un giorno si dimenticherà pure questo… Il suo primo giorno di scuola. Dimenticherà molto di quello che imparerà oggi.

Il bimbo guarda le foglie e il cielo, guarda la mano stringerlo e la fermata dell’autobus a pochi metri.

Guarda mamma.

Alla ricerca di uno sguardo di comprensione di un solo lieve accenno di bontà…  Basta poco, pensava, basta un piccolo sorriso per stare meglio.

Lacrime lievi come vento d’estate, non le scorgi nemmeno sul volto rosso e imperlato dal sudore.

Niente.

Solo lo sguardo dritto verso la strada.

Paura.

Un po’… Non tanta, solo paura, ecco.

Quella che assale entrando dal medico, dagli amici di mamma, al campo di calcio.

Non voleva giocare al calcio il bambino. Non voleva.

Fa bene, il calcio, aiuta a crescere forti. Ma perché  bisogna crescere forti?

Perché bisogna andare a scuola?

Perché?

I due si fermano davanti ad un cartello rosso, piccolo e arrugginito. C’è un foglio scritto, sgualcito e consunto dal sole…

“ Il sole fa male, mamma?”

“ eh?”…

“ Il sole fa male mamma?”

“ No, cosa dici! Il sole fa bene, benissimo alla salute. Da energia alle piante e a tutti noi. Il sole fa bene.”

“ Basta non esagerare e non prenderlo durante le ore del pranzo.”

“… Perché mamma?”

“ Perché cosa?”

“ Perché non a pranzo?”

“Perché fa male… “

Arriva un’altra mamma, con un altro bimbo… Anzi una bimba, ha la coda, dunque, è una bimba.

Arriva e sorride alla mamma.

La bimba guarda a terra, sconfitta.

Ha pianto la bimba, si vede, ha pianto tutta la mattina.

E forse tutta la notte. Magari piange sempre. Perché ha il naso rosso, gli occhi cerchiati di rosso come se avesse voluto truccarseli con il rossetto della mamma.

Della sua mamma.

E’ sconfitta. Ha perso con la mamma. La sua mamma. Deve essere un po’ cattiva. Sorride, ma deve essere un po’ cattiva. Perché la fa piangere e quindi è cattiva.

Cattiva.

Tutte le mamme sono cattive perché vogliono fare andare a scuola i bimbi. Quindi cattive tutte.

Tutti cattivi.

Le mamme si salutano.

I bimbi piangono all’unisono, sembrano un coro di voci bianche alle prove generali.

Ma sono solo in due.

“Vorrei scappare al mare” sussurra il bimbo, ma così piano che nessuno lo sente.

 

PARTE SETTIMA

 

Il bambino diventa giovane uomo. Il giovane uomo piange. Il giovane uomo è carcerato.

La bambina diventa donna. La donna perde il marito in un incidente navale. La donna trascorre gli ultimi anni della sua vita  andando a trovare un carcerato che le ricorda il marito.

I due si sono visti per una vita intera. E non si sono mai conosciuti.

giuliano pellizzari – Trieste, 1994

Share This