Sono giovani. Quindi non conoscono. Hanno molto, sopra a tutto hanno molte informazioni. Frammentate, diffuse, spampanate sul prato dell’inconsapevolezza da cui cogliere fiori e ortiche con indifferente emotività. Perché sono digitali e masticano carotaggi di sapienza altrui.
Insomma, i tempi, soprattutto quelli televisivi, teatrali, cinematografici, fotografici. I tempi li hanno.
Vivono nel presente. Qualche sguardo fugace al futuro. Spazzolano momenti di condivisione con l’atteggiamento saccente del passato prossimo: social rules.
Sono giovani. Quindi l’imperfetto è d’obbligo. Preferiscono la polpa al passato, soprattutto quello remoto, figuriamoci quello dei bisnonni, quello è già trapassato. A loro interessa il presente. Possibilmente digitale, istantaneo e sul quale puntare in un unico modo: l’indicativo.
Loro indicano. Soprattutto i limiti degli altri, dai quali pretendono. A volte così tanto da confondersi nei modi: vivono nell’imperativo. «Insegnami tu!» Diverso da: «Desidererei imparare». Si chiama condizionale e visto che ha obbligato buona parte dei nostri coetanei a scegliere la vita di un altro (così ci raccontiamo), siamo ben convinti nell’insegnare loro che il condizionale condiziona, quindi è dei perdenti. A prescindere poi dai risultati. Un buon diktat imperativo risolve tutto. Mal che vada, saranno determinati nelle decisioni prive di scelte.
Sono giovani. Sono laureati. Quindi conoscono bene gli appunti che hanno studiato. Quindi sono ricchi di capacità di collegamento. Quindi hanno seminato crocette nei cimiteri degli esami. Quindi sono vivi, vividi, vivaci. Guccini e Vecchioni li vedrebbero semplicemente belli come la vita.
Eppure sento che l’eredità degli anni settanta, ottanta, novanta, ci ha portato verso una generazione che non conosce la consecutio temporum. Verbosamente giustificano tutto con l’Accademia della Crusca e Wikipedia: «c’è scritto lì» con buona pace della cultura dell’immagine. Non leggi lo scritto? Ascolta il verbo.
Ragazzo, il congiuntivo congiunge, non contamina: «se sono bravo, mi evolvo». Come?
Devi ancora dimostrare di essere bravo, non lo hai già fatto: «Se fossi bravo, mi evolverei».
Noi quarantenni però, figli dei figli dei fiori, abbiamo relegato nella coscienza sociale il condizionale per una buona ragione: non imprende. Hai mai visto un imprenditore, uno sportivo, una persona, che basa il risultato sulle performance, usare il condizionale? Stiamo scherzando?
Il condizionale condiziona!
Concordo. Non resta loro che il futuro.
Sono giovani. Congiunti con il futuro per definizione. Se saranno bravi, si evolveranno.
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