Abbiamo dato voce e possibilità a tutti di comunicare. Si chiamano social e prevedono, dai commenti agli articoli alle condivisioni dei fake, di far sapere alla propria cerchia, o al mondo, come la pensiamo. Nel perfetto anonimato e, per ora in perfetta assenza di assunzione di responsabilità. Un po’ come se nello speakers corner di una piazza inglese, potessero ergersi migliaia, milioni di persone a parlare in contemporanea: ci sarebbe sempre chi ascolta, ma la maggior parte dei messaggi si disperderebbe nella confusione.

Probabilmente perché eleggiamo la nostra attenzione e siamo costretti a scegliere cosa avrà più peso nel nostro campo di acquisizione delle informazioni. E per nostra natura, quando non sappiamo, cerchiamo di scegliere le informazioni che possono proteggerci e aiutarci. Le informazioni negative.

Una sorta di meccanismo di autodifesa, di conferma delle nostre insicurezze attraverso l’impraticabilità del mondo e della vita. Non per niente quando diventiamo anziani, molti tra noi tendono ad avere un giudizio negativo sul mondo esterno; sentono di non potersi difendere, di non poterlo affrontare e quindi colgono le notizie più catastrofiche. Si proteggono dalla debolezza facendosi portavoce di giudizi negativi.

Sembra paradossale, eppure se proviamo a riscrivere la scaletta delle notizie di un TG, piuttosto che l’elenco delle notizie di un quotidiano, iniziamo a coglierne l’atteggiamento. La notizia negativa, vende. Se stessa e pochi prodotti correlati. La notizia negativa è quella ripresa nei social, che spesso ridiventa notizia al crescere delle sue condivisioni. Più una notizia negativa è condivisa, più sarà la condivisione stessa a generare la notizia. Data in pasto a ognuno di noi, ciascuno si sentirà invitato a dire la propria. Nel farlo, rincarerà la dose (altrimenti perché dovrebbero leggere proprio lui?)

In questo scenario di piccole apocalisse quotidiane, pretendiamo di vendere dei prodotti, di offrire dei servizi, di regalare delle opportunità. Pretendiamo di essere riconosciuti come affidabili. Ben sapendo che il clima di diffidenza ben poco si adatta al concetto di affidabilità. Fuori da qualunque velleità di fare dell’allarmismo su… l’atteggiamento allarmista, ci sono ragionamenti di ordine pratico che richiedono alcune attenzioni lasciandoci dentro una domanda: perché Elon Musk vende? Qualsiasi cosa gli passi per la testa, al momento vende. E perché Amazon continua a crescere? Cosa ha reso Jeff Bezos, suo fondatore, l’uomo più ricco della terra? Oltre ai concetti di innovazione, oltre la fede cieca in ciò che propongono, sembra esservi una sorta di aurea di successo e positività che li ammanti.

Solo una persona positiva può credere ciecamente in ciò che fa. Solo chi è convinto di ottenere in un modo o nell’altro un risultato, potrà superare tutte le eccezioni che gli si pareranno innanzi. Quindi attrae. Quindi vende. Perché paradossalmente non è interessato al presente. Punta al futuro. La spinta positiva è nella ricerca della soluzione delle cose. Nella ricerca di qualcosa che migliori lo stile di vita degli altri. Difficile fare qualcosa di positivo per il futuro se non si crede che il futuro possa essere positivo e non distopico, come va molto di moda in questo periodo. Questa spinta positiva viene sempre e comunque trasmessa, mantenuta, dimostrata; al punto di riuscire sempre a vendere prodotti che in realtà verranno immessi sul mercato nel futuro e come nel caso di Musk, generando addirittura la domanda attraverso l’idea dell’offerta.

Non vende un prodotto, vende la sua idea. Positiva.

Perché non trarne spunto?

 

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